Randonnée: l'altro modo di pedalare (Audax Style). Vi racconto la mia esperienza a Capistrello

Sono allenato, certo, molto allenato. Per una gara a circuito. Per una mediofondo o alcune granfondo. Per le cronoscalate. Sulle gambe ho poco più di 4000 Km di allenamenti e gare, considerando i mesi che vanno da gennaio ad oggi. Stanco delle gare agonistiche dove se non vinci o ti piazzi bene in classifica aggiudicandoti un premio di categoria, ti porti a casa solo l’affaticamento ed il bruciore della trachea e dei polmoni, per il fiato grosso, oltre ad una fastidiosissima tosse “nervosa” post-stress-psicofisica, decido stavolta di iscrivermi ad una Randonnée, sulla distanza di 300 Km. Ne ho già fatte delle altre, di 200 Km, ma sui 300 Km – e su asfalto – è la prima volta. Non è il mio massimo chilometraggio giornaliero, vanto in poco più di 22 ore di sella la distanza di trecentottantasette chilometri – in fuoristrada – ma su un circuito ben delimitato. Cosa ben diversa è “l’impresa” che mi sono scelto oggi. La località è Capistrello in provincia dell’Aquila, a 780 metri di altitudine sul livello del mare. Mi organizzo con la famiglia, prenoto un albergo vicino – quasi adiacente – la partenza e l’arrivo della manifestazione, e mi metto in viaggio.

Alle 6:20 del mattino, carta di via timbrata e roadbook alla mano, prendo il via alla pedalata in solitaria. Sul mio Garmin ho caricato la traccia del percorso, che si differenzia di qualche km dal roadbook, ma la cosa mi interessa poco, in mente già ho tutto il percorso memorizzato, con i punti obbligati di controllo. La temperatura esterna è di 11,6 gradi centigradi e il mio abbigliamento è in pantaloncini corti, maglia intima di altissimo livello, maglia storica sociale del Velo Club Audax Roma disegnata nel 1976, manicotti felpati e uno strato di crema riscaldante e contro l’umidità alle gambe nude. Niente copriscarpini. Nel mio zainetto porto chiavi meccaniche in caso di guasti ed accessori per la sostituzione/riparazione di forature, oltre ad alcuni gel e barrette energetiche, come rifornimento mirato ad ore di sella prestabilite, ed una mantellina tecnica per la pioggia, che è prevista a partire dalle ore 11. Aggancio il primo pedale, poi il secondo. Vado. L’aria fresca sulle guance e sulle gambe mi sollecita il risveglio, avvenuto qualche ora prima, alle 4:45 del mattino per una colazione energetica con il prodotto Formula 1 di Herbalife, oltre allo stretching e al “rito” di preparazione alla manifestazione. Il cielo è terso senza nuvole e il sole da poco sorto mi riscalda il cuore, l’anima e i muscoli. L’aria che respiro è quasi pura e priva di smog cittadino. Si sente eccome la differenza rispetto ad una grande città, non è per niente umido e non ti pizzica la gola. Le strade che percorro sono prive di automobili e intorno a me vige il silenzio. A destra e a sinistra ci sono cavalli liberi al pascolo, mucche, qualche gallo cantericcio ritardatario, uccellini che mi fischiettano incitandomi e il ronzio delle mie ruote. Immancabile il panorama mozzafiato della catena montuosa Velino-Sirente. A circa 10 km dal primo controllo a Rocca Sinibalda, dopo 74 km in solitaria, incontro Ivan di Napoli, anche lui partecipante alla Randonnée. Condividiamo questi km fino al bar- controllo lungo la circumlacuale del lago del Turano e un paio di km prima di Rocca Sinibalda raggiungiamo anche i fratelli Flumeri, Dario – nostro associato – e Mauro, oltre ad altri due Randonneurs. Fermi al bar per il timbro e qualche chiacchiera, dopo un cappuccino mi dirigo al bagno per lubrificare con una crema lenitiva le parti della pelle a contatto con il fondello del pantaloncino, non che ne avessi bisogno, ma tanto per prevenire fastidiosissimi arrossamenti.

Riparto con Mauro Flumeri, visto che abbiamo lo stesso passo tra i 27 e 30 KM/h di velocità, e vogliamo raggiungere L’Aquila al 178° Km prima che ci raggiunga la pioggia. Mi alterno all’andatura di testa e segnalo eventuali buche sulla strada, lui fa lo stesso. Tra strade semideserte e a larghezza contenuta, nel silenzio del bosco che ci circonda, tra una chiacchiera e l’altra raggiungiamo quasi senza fatica e senza accorgercene il secondo controllo al 124° Km, dopo aver affrontato una discesa panoramica sul lago del Salto. Il paese posto sulle rive del lago è privo di movimento e al bar-controllo ci sono tre o quattro persone sedute al tavolo, due delle quali sono i proprietari. Mi prendo una bottiglietta di acqua ed un panino al prosciutto crudo, visto che è l’ora di pranzo. Macché sono appena le 11. La desolazione del paese e le poche persone al bar – l’unico aperto – mi hanno tratto in inganno come se fosse l’ora di pranzo. Ne mangio solo metà mentre ci raggiungono Ivan ed altri Randonneurs. Con Mauro decidiamo di rimontare in sella, e così facciamo. Già da qualche chilometro sul nostro Garmin la traccia del percorso inizia a fare i capricci, passa da “fuori percorso” a “corsa ritrovata”, forse per via del temporale che inizia sempre più a farsi sentire, mancanza di segnale GPS, tempesta elettrica con lampi, saette e tuoni.

Appena partiti, dopo 3-4 curve della strada che inizia a salire a gradoni verso il Valico Castiglione, iniziano a scendere le prime gocce di pioggia e a tuonare d’impeto. Prontamente e piede a terra, ci mettiamo le mantelline e raggiungiamo il valico sotto la pioggia. Affrontiamo con calma e cautela le curve della discesa bagnata e a metà di questa, all’interno di un piccolo paesino, mi scoppia la pressione del tubolare posteriore della bici per una foratura. Sotto la pioggia e con la bici poggiata ad una macchina, inserisco la bomboletta “Gonfia e Ripara” nella valvola del tubolare. Effettivamente gonfia, ma non ripara! Il taglio sul tubolare è molto grande, per via di alcuni detriti di montagna portati via a mo’ di torrente dall’acqua piovana. Decido di cambiare il tubolare ma non è una cosa molto rapida, in quanto ho le mani bagnate e fredde, il tubolare è bagnato, e distaccarlo dal sedime del cerchio con la forza dei pollici delle mani, non è veloce. Perché il tubolare per una randonnée? Perché un buon tubolare di livello e gonfiato a pressione giusta, per le lunghe distanze è più elastico di un qualsiasi copertoncino di livello con camera d’aria, certo se buchi però!!!

Ripresa la corsa insieme a Mauro che comunque mi ha aspettato sotto l’acqua, raggiungiamo l’Aquila tra una sosta e l’altra per guardare la cartina del percorso. Non un cartello – mai – dell’organizzazione per indicarci la strada da percorrere. Nessun segnale della traccia del Garmin per via del temporale. Quindi sotto l’acqua tiro fuori la cartina stradale ad una rotatoria e riconosco con l’orientamento la direzione da percorrere. Attraversata l’Aquila, in una rientranza della strada e fuori dalla carreggiata, incontro la mia Valentina e il nostro piccolo Leonardo di poco più di tre mesi, che mi hanno raggiunto a l’Aquila per incitarmi e…per sconfiggere la noia a Capistrello! Un rapido saluto in corsa senza mettere il piede per terra e mentre passo le urlo: ciao, ciao, andiamo che piove e fa freddo, tutto ok! E tiro dritto, in compagnia di Mauro. Valentina ci segue dietro con la macchina per un paio di chilometri come fosse un’ammiraglia, con le quattro frecce accese. Piove a dirotto. Un tuono dopo l’altro. Un buio intenso dalle nuvole nere e cariche di pioggia. Accendo le luci anteriori a led bianche fisse e lampeggianti a led rosse dietro. L’acqua che alziamo da terra con le bici è una cosa da non credere. Mauro che mi sta avanti, di più grandi dimensioni fisiche, mi protegge in parte dalle raffiche di vento laterale, ma tutta l’acqua alzata da terra dalla sua bici, mi finisce addosso, in bocca, sugli occhiali. Pazienza. Poco dopo Valentina e Leonardo ci lasciano per rientrare a Capistrello. Io e Mauro, infreddoliti e demoralizzati dal tempo continuiamo sotto il temporale. Aspetta Mauro il mio Garmin da diverso tempo mi indica “Fuori Percorso”. Ed infatti eravamo fuori rotta di un paio di chilometri, in salita. Affrontiamo la discesa tremolanti e riprendiamo il percorso. Ora il Garmin indica “Corsa Trovata”. Iniziamo la salita verso il terzo controllo posto a quota 800 circa a Secinaro, dopo il Valico di Tione degli Abruzzi a quota 1.080. Lungo la salita raggiungiamo Ivan ed altri Randonnéeurs e decidiamo di salire insieme tutti e sei. Ho bisogno di qualcosa di caldo. La pioggia insistente, il vento e il freddo, mi hanno demoralizzato e con Mauro decidiamo di fermarci ad un bar lungo uno dei tanti paesi devastati dal terremoto dell’Aquila incrociati lungo la salita e abitati da poche anime. Appena fermiamo le bici ed entriamo nel bar, le quattro persone locali ci guardano allibiti, come fossimo dei supereroi. Prendiamo un cappuccino caldo e una fettina di crostata. Ottimi. Usciti dal bar ci assale il tremolio del contrasto caldo-freddo. Ma ripresa la salita, il tremolio svanisce. Raggiungiamo gli altri al punto di controllo: 229 Km percorsi. Con Mauro ci rifocilliamo un pochino mentre gli altri, arrivati prima di noi, riprendono il giro. Altro cappuccino, due confezioni di KitKat, una consumata, l’altra portata dietro come rifornimento. Riempio la borraccia da 75 ml con acqua, finita per la seconda volta sull’ascesa al Valico. 

Dai Mauro, ci aspetta una salita da 22 Km per arrivare a Rocca di Mezzo e poi a Ovindoli, ultimo controllo della Randonnée. Partiamo. Pedalata dopo pedalata, uno di fianco l’altro senza più dire quasi nulla, sotto l’acqua, riprendiamo gli altri. Non che sia una gara, ma in quelle condizioni meteorologiche e la strada da percorrere oltre a quella già percorsa, pensi solo a non interrompere il tuo ritmo di ascesa, per non avere il “crollo”. Infatti Mauro allunga su di me e gli altri e dopo qualche curva non lo vedo più. Sono solo ora, in mezzo al bosco, in ascesa per Rocca di Mezzo. Visibilità buona anche se è buio. I lampi illuminano tra le foglie degli alberi la mia strada. Ora il tuono, forte. Mi prendo alcuni gel. Mangio l’altra confezione di KitKat. Bevo, tanto, nonostante il freddo atmosferico. Le mie cosce sono rosee, puntinate a pelle d’oca. Ma non ho freddo, e non mi sento nemmeno stanco. Sono carico e vado avanti. Solo. Poco prima di scollinare, appartato dietro un anfratto, spunta la testa di Mauro che mi urla: “ho avuto una necessità fisiologica, per questo ho allungato in salita”. Rallento la mia pedalata di mezzo giro sorridendo e aspetto che mi raggiunga Mauro. Arrivati a Rocca di Mezzo, scorgiamo sul pianoro, Ovindoli: là l’ultimo controllo, al Bar Gelateria, al km 257 della Randonnée. I gelati sono proprio invoglianti nonostante la pioggia, ma il freddo ci ha fatto desistere. Scegliamo un bicchierone di latte caldo e due tortine di mele. Ci raggiunge al bar Ivan, senza gli altri. Uno di loro, poco prima di scollinare, ci dice, ha forato e gli altri due suoi amici si sono fermati con lui a riparare il danno. 

Ultimo sforzo: la discesa ed una piccola salita prima di giungere a Capistrello, meta conclusiva della giornata. Poco prima di uscire dal bar non ho pensato alla pericolosità della discesa bagnata – l’attrito dei tubolari bagnati sull’asfalto bagnato lo avevo già constatato precedentemente – quanto più al freddo che avrei sentito in discesa. Difatti i 7 gradi centigradi di Ovindoli a quota 1.400 sul livello del mare, la pioggia, e il contrasto caldo-freddo prodotto dal latte caldo poco prima consumato, hanno fatto sì che sia io che Mauro, appena usciti dal bar, iniziassimo a tremare come foglie. In bici a 10 Km/h di velocità, la temperatura atmosferica cala di circa un grado, a 20 Km/h di due, e così via. In discesa verso Capistrello ho raggiunto tremolante i 45 km/h, sotto l’acqua. 

Finita l’ultima salita di circa tre-quattro chilometri posta a metà della discesa da Ovindoli, e poi l’ultimo tratto di discesa, giungo alla periferia di Avezzano. La pioggia termina, finalmente, ma la strada è bagnata, anzi allagata. Cerco di rilassare i muscoli della cervicale e delle scapole molto indolenziti, frutto di tensione nelle ripetute discese, affrontate con il tremolio del freddo. Davanti a me, poco distante, le prime case di Capistrello. Mi giro e osservo le montagne che mi sovrastano. Là, dietro quelle basse nuvole lampeggianti, c’è Ovindoli, ultimo vero scoglio della giornata. Ancora sento i tuoni che provengono proprio da quelle vette appena superate, ma li davanti c’è l’arrivo di questa magnifica esperienza affrontata senza nemmeno un crampo, frutto anche dei massaggi alle gambe della Terapista ed Osteopata di FisioEvolution di Trevignano, Valentina – sponsor della nostra associazione – che è anche la mia compagna divina e di vita. 

Con Mauro entriamo orgogliosi al Bar ritrovo-arrivo di Capistrello. L’orologio del bar segna le ore 20:15. Poco meno di 14 ore di pedalata, otto delle quali percorse sotto l’acqua. Sono infreddolito, ma felice. In albergo ad attendermi c’è Valentina e il nostro piccolo Leonardo. Valentina ha ordinato delle pizze a portar via che mangeremo in camera, visto che fuori ci sono 8,4 gradi centigradi. Ed io? Io sono brevettato sulla distanza di 300 km con oltre 4200 mt di dislivello come BRM (Brevets Randonneurs Mondiaux) e come ACP (Audax Club Parisienne). Sono un Randonneur, ma soprattutto sono io, Emiliano Lo Monaco, AUDAX del Velo Club di Roma, dal 1976.

Emiliano Lo Monaco