Parigi-Roubaix 2018: ecco il (video)racconto di Emiliano Lo Monaco

Una esperienza unica. Che vale una intera stagione (e forse molto di più). La nostra maglia finalmente nella Classica del Fango e delle Pietre. Ecco il video-racconto di chi l'ha portata lassù, e le sue (intime) impressioni...

 

Il mio (personalissimo) racconto di un desiderio, e di un sogno realizzato

Ero ancora bambino quando nella TV in bianco e nero di casa, trasmettevano la Parigi – Roubaix. Seduto sulle ginocchia di papà insieme a mio fratello Valerio, quelle immagini “infernali” di gara, sono rimaste impresse nella mia memoria. Il fascino di quelle strade affrontate dai Prof, del Pavè e dell’arrivo all’interno del Velodromo, hanno fatto di questa gara uno dei sogni più ambiti nella mia fantasia di bambino. Si perché all’arrivo nel Velodromo di Roubaix, gli occhi di papà diventavano lucidi dalla commozione, e l’enfasi di mio fratello nelle ultime pedalate dei professionisti, mi riempivano di gioia e coraggio e da lì, sono iniziati i miei disegni fantastici legati appunto, alla Parigi – Roubaix. Mi immaginavo già adulto e tirato, nelle vesti di uno di quei professionisti visti in TV (non ricordo quale, però), pronto a dare le stesse emozioni ai miei cari. Mi immaginavo nell’affrontare il Pavè con tutte quelle scosse sulle braccia, con le parti nude del corpo ricoperte di polvere e fango, e infine con le braccia alzate sotto l’arrivo, dopo il consueto “giro di gloria” nell’anello del Velodromo.

Ebbene, sono passati diversi anni da quel fatidico giorno, è cambiata la TV – dal bianco e nero alle visioni a colori – è cambiata la qualità delle immagini – inizialmente prive di stabilizzazione d’immagine e poi ben fisse e chiare – è cambiato il mio fisico – dall’adolescente che ero ad un giovinotto robusto – è cambiata la mia vita familiare – dallo stare a casa con mamma e papà – oggi scomparsi – ad una casa propria con moglie e figli – eppure, quel sogno coltivato fin da bambino, ciclicamente si ripeteva ogni anno quasi con le stesse emozioni.

Beh, quest’anno, con i miei 42 anni di età, dei quali 37 passati sulle due ruote, nonostante il terribile incidente dell’agosto 2012 che mi ha visto passare dalla morte sul colpo, alla rianimazione sull’asfalto – e di questo devo dire grazie ai miei ANGELI CUSTODI DI SEMPRE e al mio ANGELO DELLA TERRA Dante Dalla Torre che mi ha riportato e mantenuto in vita fino all’arrivo dell’eliambulanza – dopo la probabile paralisi dovuta alle fratture multiple alle vertebre della colonna, il coma, l’intervento chirurgico, la riabilitazione fatta con non poche sofferenze, OGGI piango perché quel sogno, che pensavo fosse perduto in qualche lato oscuro della mia pazza memoria, sono riuscito a farlo diventare realtà, in un certo senso!

Casco, scarpini, bici, completino sociale, e tanto, tanto coraggio, poi biglietti alla mano e dorsale di gara garantito, sono partito “SOLO” alla volta della Classica Monumento del Nord, più comunemente definita l’«Enfer Du Nord»: la Paris – Roubaix Challenge.

Dei 6000 fortunati entrati nella leggenda, pronti per il via alla gara, io, con il numero 3777, mi sono presentato alla partenza, rilassato e motivato, ma allo stesso tempo concentrato e carico di energia da sprigionare sui tratti di Pavè. L’emozione di essere in partenza a quella manifestazione, non si può descrivere, nemmeno immaginare, mi dispiace. Frutto di più di 37 visioni della Parigi – Roubaix; frutto di oltre 37 inimmaginabili commozioni che mi ha dato nella vita; frutto che nonostante tutti i miei trascorsi, ero lì pronto a segnare la storia, la mia storia. Che emozione ragazzi, che emozione!

Poco prima di dare la spinta al pedale sotto lo striscione della partenza, lo speaker della manifestazione, ha lanciato un conto alla rovescia – rigorosamente in francese – seguito dalla folla presente – anche se la partenza è stata alla francese (ovviamente) tra le 7:00 e le 10:00 – manco a dirlo, mi ha fatto salire i battiti cardiaci quasi a soglia! Con gli occhi lucidi e lo sguardo rivolto all’in su, sotto lo striscione di partenza, ho dato vita alla mia Parigi – Roubaix Challenge.

Mi sono posto ad una andatura media tra i 35-40 Km/h, senza forzare più di tanto, e lungo le prime vie in uscita da Roubaix, di tanto in tanto mi si accodavano altri ciclisti venuti da tutto il mondo, con i quali ci siamo dati cambi regolari, senza saltarne uno e...senza dire una parola! Ad altri invece mi ci sono accodato io, per riprendere fiato: non perché lo avessi già corto, ma per riposarmi la mente e i muscoli, per affrontare al meglio il mio primo tratto di Pavé. Per diversi chilometri il panorama chi mi avvolgeva era pressoché lo stesso, con lo stesso tipo di casa a mattoni rossi, con i tetti a tegole nere spioventi e le finestre – rigorosamente con montanti bianchi. Le strade pulite, ben asfaltate e con tantissime piste ciclabili. Ad un certo punto, alla mia destra, quasi al ridosso della strada asfaltata, ho riconosciuto uno dei tanti striscioni posti alla fine del tratto di Pavè – il primo incontrato nella giornata, ma che avremmo affrontato solo alla fine – e con il mio compagno di giro di quel momento, ci siamo incrociati con lo sguardo accennando un sogghigno di gradimento/spavento, poi, nel darmi il cambio, lui mi fa: «l’Enfer Du Nord, il est arrivè» sorridendo, e i miei battiti cardiaci sono schizzati all’in su, lanciandomi un’emozione da pelle d’oca!

Poi il panorama circostante è cambiato. Dopo circa 50 km attraverso le case di Roubaix e della sua periferia – una distesa di case quasi continua, con qualche intervallo di campi verdi accecanti, esposti a terribili folate di vento continuo – intorno a me, erti alberi privi di foglie, mi sovrastavano quasi ad inghiottirmi! Tra me e la mia “anima guida” ho affermato: Arenberg, la foresta!

Ero accodato ad un gruppo di corridori misti – circa una quindicina. Andavamo ad una andatura di circa 38 Km/h, ma con l’avvenire del primo tratto di Pavè, non potevo e non dovevo rimanere in coda, dovevo affrontare il primo tratto in testa. Così ho allungato dalla coda del gruppo portandomi in testa, ma senza fare scatti. Mi sono posto davanti al gruppetto che nel frattempo si era messo in fila indiana: non per la velocità che stavo facendo in testa – anche se ero arrivato a poco più di 40 Km/h – ma per individuare l’ingresso al settore di Pavè e seguire una linea “comoda” alla scia del corridore di testa, che per primo deve saper individuare la miglior traiettoria possibile, evitando bruschi e rovinosi cambiamenti di linea. A circa 15 metri lineari dall’ingresso al settore, un corridore di dietro fa uno scatto per raggiungermi e superarmi, facendomi quasi andare a terra! Beh, un “Mortacci...” mi è partito, ma forse aveva ragione ad andare in testa, tanto che dopo le prime spinte sui pedali, non l’ho visto più...l’ho rincontrato dopo però!

Entrato “quasi” in testa nel settore di Pavè all’andatura di 37 Km/h, ho iniziato a spingere sui pedali con la presa bassa sul manubrio della bici. Bang! Tin! Ton! Bum! Tin!, Ton! Bang! Un frastuono di metallo impressionabile. Eppure andavo. Non so nemmeno come ci sono riuscito, ma ad un certo punto, molto più vicino all’inizio che alla fine del tratto di Pavè, tra una botta e l’altra del casco sulla montatura degli occhiali e sul naso, mi è caduto lo sguardo al computerino della bici: stavo andando a 15 Km/h!!!! Quelle pietre umide e scivolose, impervie e dissestate, hanno fatto calare drasticamente la mia velocità. “E mo?” mi sono domandato. “Spingi!” mi sono risposto. “Spingi!”. Ed ho spinto, tanto, forte, e in apnea. Si perché con la presa bassa al manubrio della bici e le forti vibrazioni che il Pavé impone, il diaframma non lavora bene perché viene spinto violentemente verso terra, e l’aria che ti entra nei polmoni, sono piccole e non frequenti contrazioni volontarie di sopravvivenza che l’organismo chiama a sé.
Comunque, il settore n. 19 dall’arrivo – il primo affrontato nella mia vita e nella mia storia – l’ho terminato con successo. Manco a dirlo l’emozione che mi ha dato: il battesimo del Pavè, l’ho avuto nella Trouèe d’Arenberg, la Foresta di Arenberg, settore a 5 stelle!

Alla fine del mio primo settore, mi sono fermato al punto di ritrovo del Tour Operator, posto proprio alla fine di Arenberg per chi ne avesse avuto bisogno. Ho svuotato le mie tasche dalle cartacce dei rifornimenti in corsa, riempito la borraccia, controllato raggi e pressione delle gomme con le dita – tutto ok – e, dopo un breve commento sull’impressione avuta nel mio primo tratto di Pavè, sono rimontato in sella con un “forza” gridato da uno degli operatori del Tour Operator: un certo Alberto Elli, ex professionista ancora in ottima forma, con il quale, lungo tutta la mia avventura alla Parigi – Roubaix ho trascorso racconti di vita da prof, indimenticabili. Forza allora, gambe in moto, e alla volta del settore n. 18 di Pavé.

A cose fatte non so dirvi con esattezza se esiste un tratto meno duro degli altri – forse l’ultimo prima dell’entrata al Velodromo, più simile ai nostri sanpietrini di Roma – ma i tratti successivi alla Trouèe d’Arenberg, sono stati tutti massacranti, compresi quelli a 2 stelle. Ogni settore era avvisato dallo striscione di inizio e di fine, posto lì per i professionisti ovviamente, i quali avrebbero affrontato gli stessi tratti di Pavè e asfalto proprio il giorno successivo al mio. Ogni striscione indica il numero del settore che si sta affrontando in ordine decrescente all’arrivo, il numero di stelle di difficoltà – dovuto al tipo di assestamento del manto stradale, lunghezza del tratto, pericolosità delle pietre, presenza di curve – nonché la lunghezza del settore. Da una scala di difficoltà che va dal numero 1 – il più “pedalabile” – al numero 5 – il più complesso per i motivi di cui sopra – settore dopo settore, si avverte la sensazione di poter “governare” tali sollecitazioni imposte dai tratti di Pavè, ponendo il proprio corpo nella posizione più idonea ad attutire i traumi, nella respirazione, nell’individuare la strada giusta evitando di cadere, nel cambiare il rapporto. Rimane però, da un settore all’altro, la sensazione di dolore dei traumi provocati dal Pavè.

Personalmente, alla fine di ogni tratto, non era il collo che mi doleva, né il sedere sopra la sella, nemmeno il rimbalzar del casco sugli occhiali sul naso, ma il dolore alle dita delle mani e ai bicipiti delle braccia, per l’impressionante vibrazione. Tanto eri costretto a serrare il manubrio in qualunque presa della curva, che le dita di ogni mano – nonostante fossero unite l’una all’altra nella presa – sbattevano tra di loro violentemente provocandoti sensazioni di dolore inimmaginabili. Così come per i bicipiti delle braccia: l’andar su e giù violentemente per “ammortizzare” l’impatto delle ruote sulle pietre del Pavè, davano l’impressione

che da un momento all’altro, l’intero muscolo si sarebbe distaccato con i tendini dagli arti. Fortunatamente, tornati sull’asfalto e atteso il tempo necessario, con non poca difficoltà e dolore, le dita delle mani si riaprono attorno al manubrio, consentendo una nuova presa!

Tutti i tratti di Pavè affrontati hanno un nome, ma l’organizzazione della gara ha ritenuto opportuno segnalare solo quelli storici, indicando quelli meno conosciuti semplicemente con la dicitura “Secteur pavè” e il numero di settore dall’arrivo. Sia da un lato del settore che dall’altro, si individuano pietre miliari ad indicare il nome del tratto in Pavè e la sua lunghezza, rigorosamente per quelli più importanti.

In un settore di Pavè non troppo lungo e nemmeno troppo complicato, a circa 70 km dall’arrivo, individuo due ciclisti seduti a terra al lato del settore, il primo con i gomiti poggiati sulle ginocchia e le mani attorno alla testa, l’altro alle prese con la ricerca del segnale del telefonino. Le loro bici in terra, ed una delle due, aveva la ruota anteriore smontata, anzi, sfasciata! Erano due ciclisti che avevo incontrato prima del settore di Arenberg, uno dei due, quello con le mani alla testa, era quello che mi aveva tagliato la strada poco prima di entrare nel settore. M’è dispiaciuto vederlo in quella situazione, non ho “goduto” nel vederlo così. Capisco lo spirito agonistico che c’è in ognuno di noi, ma affrontare il Pavè con le andature dei prof – ammesso e non concesso che tu ci riesca – con le ruote in carbonio ad alto profilo, o sei un amatore con ammiraglia al seguito – e l’organizzazione lo vieta tassativamente – o sei un imbecille! Si perché già è difficile parteciparvi, inoltre, dal primo tratto che affronti fino all’arrivo a Roubaix, a seconda del percorso che scegli, ci sono più di cento chilometri, trentanove dei quali di Pavè, e il bello di questa gara-manifestazione, non è il risultato finale, cioè la velocità che imponi sui settori, ma affrontarli tutti nel divertimento e arrivare al consueto giro finale nel Velodromo di Roubaix. Per una volta, forse, è il caso di lasciare a casa i risultati, i dati, la competizione con i rivali di sempre o con i professionisti! Io, il mio primo tratto di Pavè l’ho affrontato forte per motivi tecnici – andare tra i 15 km/h e i 25 km/h su quelle pietre, è impensabile se le affronti con una bici da corsa – ma sapevo che alla fine di quel tratto – ribadisco, il primo – avevo lo staff tecnico del mio Tour Operator con assistenza meccanica, eventualmente per la sostituzione di camere d’aria, copertoncini, ruote complete e pure qualche bici. Ovvio, nel primo settore di Pavè devi immediatamente capire i tuoi limiti, come affrontare i successivi e soprattutto, non rompere il tuo mezzo!

Superato il settore di Pavè numero 15 a quattro stelle, mi sono fermato al ristoro dopo pochi chilometri di asfalto dal settore appena lasciato: beh, ho riempito la mia borraccia da 75 ml di acqua, preso due barrette dall’immenso contenitore dell’organizzazione, riagganciato i pedali e montato in sella alla volta del settore successivo, alla volta di Roubaix e del suo Velodromo. Se avessi voluto, mi sarei potuto mangiare frutta già tagliata o intera – banane, mele, arance – oppure crostate di tutti i gusti, compresi i ciambelloni. Non mancavano i panini già confezionati con prosciutto crudo o cotto, o solo formaggio. Enormi vassoi con frutta secca e ... birra! No scherzo! C’erano preparati di acqua con sali minerali e con maltodestrine. Cosa molto interessante, l’organizzazione, ad ogni ristoro, metteva a disposizione un meccanico con attrezzatura professionale per la sostituzione delle parti danneggiate – ove possibile – e pompe a colonna per verificare la pressione delle proprie ruote.

Rifocillato quanto basta, in sella al mio mezzo, stranamente mi sono accorto che nei tratti di asfalto, nonostante le percussioni del Pavè e i chilometri percorsi, procedevo ad una andatura media tra i 34 km/h e i 38 km/h, quasi senza sforzo! Dopo una rotatoria, davanti a me c’erano alcuni ciclisti, ho allungato un pochino per accodarmi a loro. Poi ho abbassato lo sguardo sul telaio della bici dove avevo posto il “roadbook” dei settori di Pavè: un roadbook adesivo messo a disposizione dell’organizzazione con il numero del tratto di Pavè, il suo grado di difficoltà e il chilometraggio dalla partenza. La lunghezza del tratto da affrontare lo avrei individuato sotto lo striscione di inizio settore.

Dopo 97,5 km dalla partenza, mi sono accinto nell’affrontare il primo dei due tratti di Pavè cronometrati: il settore numero 11, il “Mons en Pèvèle” di 3.100 metri, Pavè a 5 stelle. Poco prima di entrarvi, ho rallentato la frequenza di pedalata indurendo di un dente il rapporto e, appena sotto lo striscione di inizio settore, ho spinto sui pedali tanto e scelto il mio percorso tra le pietre in modo impeccabile, senza cadute, forature o rotture di bici! Certo me la sono rischiata, ma avevo già immagazzinato nel mio cervello una dose sufficiente di informazioni nell’affrontare le pietre, venivo da diversi settori di Pavè già affrontati e..., mi sono buttato, a ventre basso e a una buona andatura.

Dopo di questo ve ne sono stati altri, non cronometrati, tutti meravigliosi e avvolti in un contesto fiabesco, difficile da raccontare. Di tanto in tanto, lungo i settori, cerano i Camper parcheggiati degli spettatori, venuti lì per la gara dei professionisti; beh, molti di loro, al mio passaggio, mi hanno battuto le

mani in segno di incoraggiamento! All’interno di un piccolo paesino, su una strada asfaltata a doppio senso di marcia, tre ragazzini – forse il più grande aveva 10 anni – erano sul lato opposto alla mia percorrenza, urlavano di incoraggiamento applaudendo i ciclisti al passaggio, come fossimo dei professionisti; uno sguardo indietro e l’altro in avanti e via, mi sono avventurato nell’altra corsia andando contromano ed allungando la mia mano verso quei bambini che, prontamente tutti, mi hanno dato in fila il “cinque” al mio passaggio e urlato qualcosa in francese (non so cosa però). Poi sono rientrato nella mia corsia, alla volta degli altri settori di Pavè.

Dopo un settore mediamente facile a due stelle, mi sono accorto di aver forato la ruota posteriore della bici. Prontamente mi sono fermato al lato della strada asfaltata e sostituito in poco meno di 5 minuti la camera d’aria: di scorta, me ne ero portate tre, non si sa mai! Pronto nel ripartire, mentre stavo scavalcando la sella con la gamba per agganciare il primo pedale, da dietro mi sento chiamare, anzi urlare. Era un ragazzo tedesco di età compresa tra i 20/25 anni in perfetta tenuta ciclistica: era a piedi e stava trascinando la sua bici con una ruota bucata da diverso tempo (non era sudato in faccia). Parlava anche inglese – per fortuna – e poco italiano, ma ci siamo capiti. Lui mi fa: «hai una pompa, ho una ruota a terra e non ho niente». Niente? Come niente! Il giovane ciclista era alle prime armi, non volevo e non potevo lasciarlo li: DOVEVA ARRIVARE NEL VELODROMO DI ROUBAIX, cioè percorrere altri 15/20 km! Quindi ho tirato fuori gli strumenti dalla borraccia porta oggetti, compresa la chiave a brugola dell’IKEA per svitargli la spina della ruota posteriore, che non era a sgancio rapido. Poi ho estratto la camera d’aria forata, controllato il copertoncino – che era slik (!!!) – ed estratto un piccolo filo di ferro che aveva provocato la foratura. Ho sostituito la camera d’aria e gonfiato il tutto con la bomboletta di azoto, dopo di che, gli ho posto la chiavetta dell’IKEA nella mano e gli ho detto: «see you later at to Velodrome, bye, bye!», e sono ripartito, leggero come una farfalla per il gesto appena compiuto, alla volta dell’ultimo tratto cronometrato: il settore numero 4, il “Carrefour de l’Arbre”, Pavè a 5 stelle.

Posto a 127,5 km dalla partenza, con la sua lunghezza di 2.100 metri di terribili pietre sconnesse e curve ad angolo retto, senza neanche un principio di crampo alle gambe o di stanchezza fisica muscolare, ma con dolori alle mani e ai bicipiti, ho affrontato questo settore assaporando il gusto di essere un invincibile Eroe di tutti i tempi e di quelle strade. Ho spinto tanto, forte sui miei pedali, evitando le pietre acuminate, le buche, i solchi tra una pietra e l’altra. Poi ad una curva ho diminuito la forza di spinta sui pedali – non la frequenza di pedalata, che è rimasta la stessa – e poi di nuovo giù a tutta, fino allo striscione di fine settore.

Il settore successivo, il numero 3 dall’arrivo, a due stelle, molto breve rispetto al Carrefour de l’Arbre, è molto più difficile del settore precedente a 5 stelle. Forse lo è stato per me, o forse lo è per tutti. Manto sconnesso, pietre acuminate e dissestate, impossibilità di transito nelle vie laterali, solchi impressionanti tra una pietra e l’altra sulla schiena d’asino del settore! Micidiale! Forse il più brutto a livello tecnico!

Beh, non mi sono mai sentito solo durante la gara, nemmeno alla fine di ogni singolo settore di Pavè dove i componenti di alcune squadre partecipanti si riunivano per le foto di rito e per arrivare tutti assieme al settore successivo e al Velodromo. Eppure, quando alle porte della città, ho letto la tabella con su scritto ROUBAIX, mi sono scese le lacrime dalla commozione per avercela fatta, per essere arrivato “solo” con il mio coraggio e la mia esperienza alla fine della Leggenda del Nord, segnando in modo indelebile la mia storia sportiva e di vita. E poi, le ultime curve: la prima a destra, poi a sinistra ed infine l’ultima a destra in entrata al Velodromo. Ecco, proprio lì, al di là delle transenne interne al Velodromo sull’ultima curva, ho distinto due figure e udito le loro voci: la prima mi ha urlato «vai Millo ce l’hai fatta!» e l’altra «bravo Cecione!». Poi ho concluso il (mezzo) giro di gloria tra le lacrime e con le braccia al cielo. Il resto?

Non posso dire di aver sentito lo stesso boato di gente nell’entrare nel Velodromo di Roubaix, nemmeno di aver travisato negli occhi di mio padre la commozione di vedermi entrare “nell’anello di gloria” del Velodromo o di sentire le urla di incoraggiamento di mio fratello Valerio, ma il mio piccolo-grande sogno infantile, posso dire, ora, di averlo vissuto sul serio, e con la maglia storica sociale del Vèlo Club Audax Roma.

Alcuni dati? Non contano molto per questa manifestazione che, ripeto, va preparata al meglio in ogni minimo particolare e con l’attrezzatura giusta.

Io l’ho preparata durante tutta la stagione invernale, provando le mie tre bici da corsa e scegliendo le ruote più appropriate. La pressione delle gomme, fondamentale, e l’abbigliamento, altrettanto

importante! Ho fatto allenamenti di 2/3 ore con una pressione alle gomme di 4,5 atmosfere, altri con tubolari gonfiati a 5,5 atmosfere, variando ovviamente la sezione della gomma. Ecco i miei dati.

  • Alla partenza avevo poco più di 2.200 km di allenamenti;

  • Telaio in carbonio della Specialized con inserti in gel per le vibrazioni (telaio fatto apposta);

  • Ruote in alluminio di media gamma con copertoncini Specialized S-Works Turbo da 24 mm di sezione

    (mi sarebbe servito almeno un 28 mm di sezione, ma in alcuni telai non centra!) gonfianti ad una

    pressione di 5,5 atmosfere, sia avanti che dietro (con 5 atm sarebbe andato meglio);

  • Peso a secco della bici kg. 7,100 (senza borraccia da 75 ml e borraccia porta oggetti);

  • Peso a secco (magari!) del corridore kg. 75;

  • Camere d’aria al seguito n. 3 e bombolette di azoto di gonfiaggio n. 6, chiavetta multiuso e caccia

    gomme;

  • Rifornimento da gara con Gel, barrette proteiche e gel con maltodestrine e amminoacidi ramificati.

  • Settori storici di Pavè affrontati: Trouèe d’Arenberg, Carrefour de l’Arbre, Mons en Pèvèle;

  • Settori di Pavè cronometrati: due, sui 145 Km, tra i quali:

o Mons en Pèvèle di 3.100 metri a cinque stelle: tempo 7’23’’, media watt 275, watt max 823, battiti cardiaci medi 173, battiti cardiaci max 184;

o Carrefourdel’Arbredi2.100metriacinquestelle:tempo5’42’’,mediawatt301,wattmax 811, battiti cardiaci medi 169, battiti cardiaci max 179.

  • Tempo totale dei tratti cronometrati: 13’06’’.

  • Ordine d’arrivo assoluto su 6000 partecipanti, dei quali 5400 giunti all’arrivo: 339° (manca la

    categoria!)

  • Tempo del primo assoluto sugli stessi tratti cronometrati: 10’04’’

  • Nome del primo assoluto nei settori cronometrati: ANDREA TAFI!!!! Si, c’era pure lui con la sua

    squadra di amatori. All’arrivo mi hanno detto che è uno che le Parigi-Roubaix le vince, io non lo

    conosco! Voi?

  • Birre bevute prima della gara: 1.

  • Dopo: 10 (nei due giorni seguenti!)

  • Entusiasmo all’inizio dell’avventura: 😊

  • Entusiasmo all’arrivo: 😊😊😊😊😊 come le difficoltà dei settori di Pavè affrontati e sconfitti.

  • Peso della medaglia al collo all’arrivo nel Velodromo di Roubaix: un macigno!

  • Orgoglio finale: indescrivibile.

Emiliano Lo Monaco